La storia che se ne va...

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La storia che se ne va...

Messaggio  Sebastiano il Lun Nov 24, 2008 8:49 pm

Discussioni, articoli, immagini, filmati, che riguardano quei "pezzi di storia" (monumenti, o semplicemente luoghi della memoria) che vengono cancellati, magari a causa della moderna "esigenza di rinnovamento"...
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Sebastiano
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da cevio paese della vallemaggia nel canton ticino-svizzera

Messaggio  Sebastiano il Mar Nov 25, 2008 12:50 pm

Da piergiorgio rangoni Oggi a 9:12

Le ruspe cancellano una lunga storia
Cevio, prosegue la demolizione dell’ex Ospedale. I ‘nostalgici’ auspicano che i ricordi non vadano perduti

di Fausta Pezzoli-Vedova
Proseguono i lavori di abbatti­mento dell’ex Ospedale distret­tuale di Vallemaggia; oltre metà dell’edificio è già caduta sotto i colpi della ruspa e la parte re­stante crollerà nei prossimi giorni.
Si chiude così un capitolo sto­rico iniziato nel 1912 con la na­scita dell’Associazione dei co­muni di Valmaggia avente lo scopo di valutare l’opportunità di creare un luogo dove curare la gente. Sulla spinta del grande entusiasmo iniziale e della ca­parbietà dei promotori già nel 1916 s’inaugura, a Cevio, in un edificio offerto da una famiglia Moretti, una piccola casa di cura con 12 letti. Un anno più tardi si trasloca in Casa Filippi­ni e i posti letto diventano 30. Lì si resta sino all’inaugurazione, nel 1922, del nuovo ospedale-ri­covero. Negli anni successivi la struttura si adegua: primo am­pliamento nel 1938; nel 1950 ag­giunta di un terzo piano e nuovo reparto maternità; 1975 costitu­zione del Consorzio per la ge­stione; 1982 inaugurazione del­l’Ospedale dopo importanti re­stauri costati 8,6 milioni e suc­cessiva cessione (1983) all’Ente ospedaliero cantonale. Siamo al­l’anno 2000, pochi giorni prima di Natale, il Cantone comunica alla valle che, nell’ambito della riorganizzazione ospedaliera voluta dalla Confederazione, il destino dell’Ospedale di Cevio è segnato. La Vallemaggia alza gli scudi – chi non si ricorda gli stri­scioni “L’ospedale di Cevio non si tocca!” – si raccolgono oltre 10 mila firme e la politica locale si mobilita. Le trattative portano a un risultato che infine soddisfa la valle: l’ospedale sarà ricon­vertito in Centro Sociosanitario. Questo accade nel 2009 e un anno più tardi, dopo le perizie degli esperti, si fa strada la deci­sione di demolire l’ex ospedale a causa della sua inadeguatezza al nuovo ruolo e alle grandi diffi­coltà legate ad un eventuale ri­sanamento. La notizia (anticipa­ta da LaRegione Ticino il 16 mag­gio 2002) è accolta in valle nella quasi totale indifferenza. Spora­diche e isolate, infatti, sono le voci levatesi pubblicamente in sua difesa, per chiedere un ri­pensamento, una pausa di rifles­sione o uno studio sull’eventua­le possibilità di cambiare il de­stino dell’edificio, magari una parziale ristrutturazione o valu­tare le possibilità di un suo man­tenimento, per destinarlo ad al­tri scopi. Anche la Stan fa senti­re la sua voce presso gli addetti ai lavori; ne segue una serata pubblica (agosto 2003), durante la quale alcuni energici inter­venti in difesa dell’ex ospedale non mancano. Ma ciò non ha co­munque prodotto variazioni sul­la tabella di marcia del Gruppo di lavoro e neppure vi è stata una presa di posizione della po­polazione a difesa dello stabile. La procedura di riconversione continua il suo iter, gestito dalla Fondazione Vallemaggia (pro­prietaria dello stabile) e nel marzo 2005 vengono presentati i 35 progetti per il nuovo Centro Sociosanitario, la cui edificazio­ne viene assegnata al vincitore del concorso, lo studio d’archi­tettura Lands Architetture di Lugano. La storia corre poi velo­ce, nel 2006 è inoltrata al Comu­ne di Cevio la domanda di co­struzione e nel mese di maggio 2007 arriva la licenza edilizia.
‘Salvare la memoria’ A giorni terminerà la demoli­zione alla quale seguirà lo sgom­bero del materiale e l’inizio dello scavo per il nuovo edificio (solo parzialmente immesso nel sedi­me del vecchio stabile) che sarà inserito nel territorio come “una sbarra che unisce il piano alla montagna”. Seguendo il calenda­rio, entro la fine del 2011 la Valle­maggia potrà disporre di un mo­derno Centro Sociosanitario di proprietà della Fondazione Valle­maggia, coordinata da Marco Fiori, e gestito dall’Associazione Valmaggese Casa Anziani, Aiuto domiciliare e Invalidi adulti, pre­sieduta da Ivo Lanzi. Ora la valle si chiede se rimarrà, almeno vir­tualmente, un “cordone ombeli­cale” con il passato? Abbiamo gi­rato la domanda al professor Bruno Donati, al quale la Fonda­zione Vallemaggia ha chiesto di verificare quanto potrebbe esse­re recuperato alla memoria futu­ra. Ecco quanto ci ha dichiarato. « Se si può capire il cambiamento di direzione imposto dal Cantone, da ospedale a centro sanitario e l’insediamento in un nuovo edifi­cio, risulta per contro assoluta­mente inspiegabile e insensata la decisione di distruggere il vecchio ospedale, presa dagli architetti, avvallata dalle autorità della Val­le, ma non condivisa dalla mag­gioranza della popolazione. Al vecchio ospedale si poteva, ma non si è voluto dare una nuova funzione. Ora non resta che racco­gliere i cocci e cercare di salvare al­meno la memoria di un edificio co­struito dai Valmaggesi con tanti sacrifici e che ha marcato la no­stra storia del Novecento. In realtà, però, si è riusciti a salvare ben poco. Oltre a una documenta­zione fotografica si sono potuti re­cuperare solo pochissimi elementi architettonici, le lapidi che ricor­dano i benefattori e i principali di­pinti della cappella. Ci si augura che alcuni di questi elementi pos­sano almeno trovare spazio nel nuovo Centro, in modo da dare un minimo senso di continuità in quello che è stato lo sforzo volto a garantire alla Valle efficienti in­frastrutture sanitarie. Ma anche in questo caso ci si deve affidare alla sensibilità di chi prenderà le decisioni ».
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Re: La storia che se ne va...

Messaggio  Diogene il Mar Nov 25, 2008 10:28 pm

Piergiorgio, hai una foto di questo edificio?
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caro diogene la foto arrivera.attendo un volumetto ...per ora il "seguito"

Messaggio  piergiorgio rangoni il Gio Nov 27, 2008 9:48 pm

Il dibattito
Ospedale di Cevio, requiem e mea culpa di Fiorenzo Dadò, deputato Ppd al Gran Consiglio
Leggo sul GdP la lettera di un giovane valmagge­se, deluso dalla demolizione dell’Ospedale di Cevio, che dice cose verissime e che in valle pensano in mol­ti. Qualche giorno dopo su La Regione Fausta Pez­zoli- Vedova rispolvera la storia di questa gloriosa Istituzione terminando l’articolo con una breve in­tervista al professor Bruno Donati, il quale non ha certo bisogno di presentazioni circa il suo impegno e sensibilità per il patrimonio storico della valle. In sostanza Donati dice: mentre si può capire l’in­sediamento di un nuovo edificio, risulta per contro assolutamente inspiegabile e insensata la decisione di distruggere il vecchio ospedale, presa dagli archi­tetti, avallata dalle autorità della valle, ma non condivisa dalla maggioranza della popolazione. Per inquadrare i motivi di questa decisione, va ri­cordato brevemente quanto è successo negli ultimi dieci anni. Come si poteva leggere sui quotidiani del 10 novembre 1999, a seguito della ristrutturazione cantonale, l’Ospedale di Cevio (con i suoi 122 posti di lavoro), fu messo seriamente in pericolo. I buro­crati del Dss avrebbero spudoratamente cancellato la struttura vallerana per trasferire tutto in città a costi molto superiori. Questa paradossale soluzione venne “favorita” anche da interessi personali di qualche funzionario con voce in capitolo e interes­sato a far carriera, anche se il fatto non è il caso di rispolverarlo in questa sede. Solo l’agguerrita bat­taglia dell’allora Consiglio ospedaliero di Cevio, appoggiato da qualche politico e da 10’000 firme, co­strinsero ad un parziale dietrofront il Cantone e quindi alla riconversione in Centro sociosanitario. Poi, tra il 2001 e il 2003 si iniziò a discutere di de­molizione. In seguito ad una serata organizzata dalla Stan a Cevio, dove si dichiarò che oramai era tardi (da allora sono passati 5 anni,sic!) e che i lavo­ri di demolizione sarebbero iniziati a breve, mi sen­tii in dovere come cittadino valmaggese attaccato alle proprie radici, di sollevare sulla stampa qual­che perplessità a riguardo della demolizione. Tre giorni dopo fui invitato a pranzo dai promotori, i quali mi spiegarono le ragioni per le quali il vec­chio edificio non si poteva salvare, che era tardi e che avremmo perso i sussidi ecc. Feci l’errore che fe­cero in molti, troppi, di tacere pubblicamente questo scandalo, e di rassegnarci al disinteresse generale. Ci ritrovammo in seguito ad altre riunioni, ma di fatto nessuno fece nulla di concreto e decisivo per impedire la demolizione di quello che a tutti gli ef­fetti è stato l’edificio più significativo e importante della storia valmaggese del ’900.
I numerosi appelli pubblici della Stan caddero nel vuoto e neppure chi in passato aveva scritto di tutto e di più sulla tematica, in questa occasione ha mosso un dito. I presenti alla serata non potranno mai scordare la presentazione del nuovo progetto, che decretava definitivamente la morte del glorioso edificio: alle poche voci contrarie ( tanto per citar­ne alcune, Giorgio Vedova, Michele Del Ponte, Fausta Pezzoli, Armando Donati…), si contrappo­sero esuberanti quelle di giovani architetti giunti per l’occasione da fuori valle, ad affermare con l’enfasi e la pomposità tipica di quella casta, che il sacrificio del vecchio sarebbe stato nulla in rap­porto a quanto di nuovo stava per arrivare, che noi valmaggesi non potevamo capire, che un giorno saremmo stati fieri del moderno edificio in legno e che sarebbero accorsi da più parti del Pianeta per vederlo e rimirarlo. Mah! A parole è possibile giu­stificare tutto su questa terra.
Di sicuro, però, in questi giorni è desolante vede­re cadere sotto il disprezzo delle ruspe gli ultimi ri­masugli di questo dignitoso edificio. Gli ultimi ru­deri ancora in piedi sembrano il grido di ammoni­mento di un pezzo importante del nostro passato che sta per spegnersi, e che abbiamo poco dignitosa­mente sacrificato alla prima aria di innovazione. Evitabilissimo, se solo ci fossimo mossi tutti assie­me, come è necessario fare con coraggio e determi­nazione quando il buon senso viene totalmente a mancare. Cinque anni bastano per fare due volte il giro del Mondo a piedi. Figuriamoci se non basta­vano per trovare un altro terreno dove metterci il nuovo ospedale.

piergiorgio rangoni

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caro diogene eccoti il promesso.purtroppo cio che vedi non c'e piu.

Messaggio  piergiorgio rangoni il Lun Dic 01, 2008 5:05 pm


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Re: La storia che se ne va...

Messaggio  Diogene il Lun Dic 01, 2008 9:05 pm

sembra un bel posto Very Happy
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Re: La storia che se ne va...

Messaggio  Diogene il Lun Dic 01, 2008 9:09 pm

Un sito interessante a proposito di "storia che se ne va..." e di "paesaggio che se ne va...", é il blog PaesaggioSOS: Arrow http://paesaggiosos.blogspot.com/
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Diogene

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Re: La storia che se ne va...

Messaggio  Diogene il Ven Ott 09, 2009 1:39 am

Anche questo è un modo per fare sì che "la storia se ne vada"... impedire che venga ricordata. Magari perchè scomoda per alcuni. Leggete:



Ipazia, il film che l'Italia non vedrà
Scritto da Redazione
giovedì 08 ottobre 2009
Riprendiamo da La Stampa, un articolo di Flavia Amabile sul film Ipazia, di prossima uscita nelle sale di tutto il mondo, ma di cui in Italia nessuno ha acquistato i diritti.

Dopodomani sarà nelle sale spagnole, il 26 novembre in quelle israeliane, il 18 dicembre dovrebbe arrivare anche negli Stati Uniti e, probabilmente, a gennaio prossimo in Francia. Accompagnato da polemiche, destinato a far discutere, è il film 'Agorà', del regista Alejandro Amenabar, un ritratto di Ipazia, matematica alessandrina, inventrice del planisfero e dell’astrolabio. Ma soprattutto un duro atto d’accusa contro tutti i fondamentalismi religiosi.

Hanno acquistato i diritti per farlo arrivare sul grande schermo anche a Taiwan, in Thailandia e in Grecia. In Italia per il momento tutto tace. I produttori l’hanno guardato con attenzione al Festival di Cannes a maggio, quando era stato presentato fuori concorso. Poi una lunga pausa di riflessione. Così lunga e così silenziosa da aver fatto pensare a molti a qualcosa di più di una semplice valutazione dal sapore economico-aziendale. Sulla rete hanno incominciato a circolare voci sempre più insistenti di pressioni per evitare che il film venisse proiettato nelle sale italiane.

Ad un certo punto, dalle voci si è passati ad una petizione rivolta ai produttori e distributori del film "per provare a voi e ai media che esiste un gran numero di persone" che invece aspettano di vedere il film. La petizione è passata di sito in sito e di gruppo in gruppo su Facebook. In pochi giorni ha superato le settecento firme aiutata anche dall’uscita in questi giorni di un libro su Ipazia («Ipazia, scienziata alessandrina», La Lepre edizioni). "Oggi la chiesa tenta nuovamente l'opera di cancellazione di questa figura scomoda", spiega Mario su Facebook per invitare a firmare la petizione.

'Non voglio parlare di censura - aggiunge Jan Klaus Di Blasio, l'autore della petizione - ma deve far riflettere la mancanza di testi sul Neoplatonismo e su Ipazia. Ad esempio, il volume 8 della serie Storia della Filosofia Greca e Romana di Giovanni Reale, Bompiani, l'unico volume non disponibile e dal titolo "Plotino e il Neoplatonismo Pagano".

Ha firmato anche Piergiorgio Odifreddi, matematico, saggista, e soprattutto fiero anticlericale. «La figura di Ipazia è esemplare. Era una matematica, donna di grande cultura, la sua fu la prima battaglia tra scienza e fede. La perse, divenne prima martire della scienza per mano di uomini mandati dal vescovo di Alessandria, Cirillo. Sono trascorsi milleseicento anni ma siamo ancora allo stesso punto».

Il film, infatti, racconta la storia di Ipazia, (Rachel Weisz, l'attrice inglese Oscar per The Constant Gardener), in una Alessandria d'Egitto del IV secolo d.C., provincia remota di un Impero Romano in disfacimento, dove si scontrano tre gruppi religiosi. Cristiani, ebrei e seguaci del culto pagano di Serapide si massacrano a colpi di pietre e coltelli. A nulla vale la giovane saggezza di questa donna filosofa, matematica, astronoma, che vorrebbe fermarli. Cristiani cattivissimi, giudei sanguinari, pagani studenti di astronomia trasformati in soldati, si rivoltano l'uno contro l'altro mentre i romani stanno a guardare. "Le similitudini tra quei tempi lontani e oggi sono molte", aveva ammesso Amenabar alla presentazione a Cannes. "Questo film non è certo contro una o l'altra delle religioni ma contro ogni eccesso, ogni fondamentalismo e ortodossia". E però i cristiani non ci fanno una gran figura: alla religione di Cristo appartengono i parabolani, i monaci che con una mano danno da mangiare ai poveri e con l'altra scatenano massacri.

Flavia Amabile - Da La Stampa
(http://www.women.it/cms/index.php?option=com_content&task=view&id=678&Itemid=83)