Teosofia e Antroposofia

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Teosofia e Antroposofia

Messaggio  Sebastiano il Sab Nov 08, 2008 4:22 pm

Dottrina, testi, personaggi, luoghi e immagini della Teosofia e dell'Antroposofia...
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Sebastiano
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Re: Teosofia e Antroposofia

Messaggio  aisha il Dom Apr 12, 2009 4:51 pm

In questo giorno che auguro a tutti essere una vera Resurrezione alla Luce, riporto un piccolissimo brano tratto dal testo "L'Iniziazione" di Rudolf Steiner, fondatore dell'Antroposofia:

Il cammino del discepolo dell'occultismo per il "sentiero della conoscenza" si compie in modo silenzioso e inosservato dal mondo. Non occorre che alcuno percepisca in lui un cambiamento. Egli continua a compiere i consueti doveri; provvede ai suoi affari come prima. La trasformazione si svolge soltanto nell'interiorità della sua anima che sfugge allo sguardo esteriore. Anzitutto, l'intera vita affettiva dell'uomo viene del tutto irradiata dalla disposizione fondamentale alla devozione per tutto ciò che è degno di venerazione. In quest'unico sentimento fondamentale tutta la vita della sua anima trova il proprio centro. Come il sole vivifica coi suoi raggi tutto ciò che vive, così nel discepolo dell'occultismo la devozione vivifica tutti i sentimenti dell'anima

aisha

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Re: Teosofia e Antroposofia

Messaggio  Sebastiano il Dom Apr 12, 2009 5:14 pm

Grazie di cuore per questo augurio, che ricambio (e colgo l'occasione per indirizzare a tutti i forumisti del Parnaso) e per
la bella citazione flower
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Sebastiano
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Re: Teosofia e Antroposofia

Messaggio  aisha il Gio Ago 27, 2009 12:47 pm

Mi occupo da qualche tempo in modo metodico di Steiner, dopo un anno che lo "studio" inizio ad intuire qualcosa e, per ragioni di studio, mi ritrovo a fare delle relazioni su alcuni suoi testi.
Ho il piacere di condividere l'ultima con voi, mi sembra un bel argomento.....vi avviso che mi sono abbastanza attenuta al linguaggio di steiner, non avendo il tempo di fare una vera rielaborazione; tale linguaggio, a mio avviso è un pochino ostico o quanto meno richiede un po' di pazienza e veramente tanta concentrazione.
Gli argomenti trattati secondo me sono proprio belli, che si possano condividere o meno, suggeriscono un pensiero di ampio respiro.
In realtà devoa ncora finire il capito in questione, ma intanto posto la parte che ho completato.


EDUCAZIONE DEL BAMBINO
E
PREPARAZIONE DEGLI EDUCATORI
Di R. Steiner

QUARTA CONFERENZA
Il trattamento artistico dell’insegnamento per singole materie

La conoscenza dell’uomo deve trasformarsi da una pura conoscenza naturale in forme di conoscenza per così dire più alte, in quanto bisogna saper trattare artisticamente l’educazione e l’istruzione.
In che modo possono diventare pratiche delle cose come la comprensione del corpo fisico mediante la pura osservazione intellettuale, la comprensione del corpo eterico dell’uomo mediante l’esercitazione plastica, la comprensione del corpo astrale mediante l’intelligenza musicale, la comprensione dell’organizzazione dell’io mediante la penetrazione nell’essere del linguaggio?
La cosa più importante che deve esistere nel maestro, nell’educatore, è la comprensione della vita, la concezione del mondo, qualcosa che può permeare come una forza animica l’intero essere attivo dell’uomo, quindi anche dell’uomo che educa. Infatti una vera cognizione penetrante nell’essere del mondo e dell’uomo, per il solo fatto di esistere, si muterà nel cuore dell’uomo in entusiasmo.
E l’entusiasmo che viene al maestro, all’educatore da una contemplazione del mondo sperimentata interiormente, e sempre da sperimentare nuovamente, quell’entusiasmo interiore si trasmetterà alla disposizione animica dei bambini a lui affidati.
Chi guarda nell’essere dell’uomo con questa disposizione d’animo, non si troverà mai nella condizione di scegliere vie sbagliate per insegnare nel giusto modo al bambino, all’uomo in divenire, la scrittura e la lettura. Sentirà che la scrittura mentre la si esercita passa oltre le braccia e le mani, spiritualizza braccia e mani, ed è un esercizio per l’uomo intero. Nello stesso modo si sentirà che l’esercizio della lettura è un’occupazione unilaterale del capo e limita l’uomo; si sentirà che il bambino è adatto a questa limitazione solamente quando è stato molto occupato nel suo insieme, in tutta la sua entità umana. Quindi un maestro che si permea così di questo modo di vedere l’uomo, baderà a sviluppare la scrittura da una pittura disegnata, da un disegno dipinto, come ho indicato, finchè il bambino giunga a scrivere ciò che sente interiormente come parola, come frase.
Solo quando il bambino può fissare con la scrittura ciò che dice giunge il momento di passare alla lettura. Soltanto quando il bambino ha messo in pratica in se stesso il contenuto di ciò che ha scritto e letto, quando l’ha messo in pratica nella sua essenza umana, nel sistema motorio, nel sistema dei movimenti, quando egli ha partecipato al sorgere di quello che deve venir poi letto, soltanto allora è pronto per subire una limitazione.
Si tratta di impegnare il bambino settimana per settimana, mese per mese, in attività che si adeguino alle esigenze delle forze in sviluppo. Ed è questo il motivo per cui nelle scuole Waldorf l’insegnamento è strutturato ad epoche. Si tratta per tanto di trovare il metodo per scoprire, attingendo alle esigenze della stessa natura umana, tutto quanto deve essergli insegnato.
E’ anzitutto necessario, quando si vuole introdurre a poco a poco il bambino in un rapporto con se stesso e col mondo, che gli stessi insegnanti ed educatori, abbiano tale rapporto col mondo.
E’ necessario che l’insegnante guardi al di là di tutto ciò che è terrestre e sappia di dipendere, come uomo, non solamente dagli alimenti dell’ambiente terrestre a lui vicino, ma anche dall’universo intero. Purtroppo nella cultura del tempo attuale poco si trova per dare un punto di appoggio a tale sguardo; dalla cultura ufficiale non possiamo assolutamente conquistarci riguardo all’extraterrestre cosmico, una conoscenza così intima come quella che ci conquistiamo entrando in veri stretti rapporti con le materie terrestri.
L’uomo oggi semplicemente non sa che in una più antica saggezza, si riceve ancora l’impulso a trarre in quei campi, dalla nostra progredita disposizione animica, una nuova saggezza, che possa poi diventarci tanto umanamente comprensibile quanto la scienza degli oggetti naturali che stanno attorno a noi nel mondo fisico.
Nel testo Steiner offre a questo punto un esempio per dimostrare quanto sia determinante per il maestro conquistare veramente un rapporto vivente con il mondo, per attingervi l’entusiasmo che gli è necessario quando deve trasporre in immagini semplici ed evidenti per il bambino ciò che deve certamente vivere in altro modo nella sua anima di educatore. Se infatti egli stesso è entrato in un suo rapporto col mondo, alla vista del bambino e dell’attività infantile, quel rapporto si converte in quel mondo di immagini che è necessario per portare il bambino veramente tanto avanti quanto lo richiede l’evoluzione dell’umanità.
A questo punto Steiner cita il lavoro di Goethe, il quale disse che la crescita delle piante mostra, nel suo divenire, un alternarsi di dilatazione, concentrazione, dilatazione, concentrazione. In questo modo Goethe ha posato uno sguardo profondo nell’intima formazione delle piante, sgorgante proprio dalla vita vegetale. Egli però non poteva ancora, perché non era ancora venuto il tempo, mettere in rapporto tutto il mondo con la vita vegetale di cui aveva trovato la formula.. Perché tutto il mondo con le sue forze partecipa sempre al modo in cui un essere vive e si sviluppa.
La scienza dello spirito è andata oltre, osservando che nell’espandersi della pianta vegetale vive ciò che viene dal sole, perché nel sole vibrano forze spirituali che si muovono verso la terra ed in questa intima vivificazione della luce solare vive ciò che, per esempio, condiziona l’espandersi della pianta nella crescita. Per questo accade che tale espansione non avvenga soltanto quando il sole splende sulla pianta, ma che la forza di crescita della pianta si conservi nell’elemento solare suo proprio, al di là dell’esposizione diretta al sole. Al contrario, quando l’intera crescita della pianta si contrae di nuoco, tutto quello che si ritira sta sotto l’influsso delle forze lunari. Come nel cosmo vediamo luce solare e luce lunare in vicenda ritmica, così vediamo il riflesso di quanto si palesa dal cielo nella pianta che germoglia; essa oppone all’azione del sole l’espandersi delle foglie, e vediamo le forze lunari nel ritirarsi della pianta. Espansione e contrazione sono dunque nella pianta il riflesso di ciò che da lontananze cosmiche lavora sulla terra nell’alternarsi delle forze del sole e della luna..
Già qui lo sguardo si leva dalla terra alle lontananze cosmiche. Abbiamo così un sentimento come se, tramite le piante, noi giungessimo ad unirci allo spirito del sole e della luna.
Questa visione del rapporto dell’uomo con il mondo genera entusiasmo nell’educatore che poi lo trasmette al bambino. Come noi vediamo la nostra immagine nello specchio, così vediamo nello specchio della vegetazione terrestre ciò che accade nell’universo.
Nell’antica saggezza istintiva queste cose erano note.
Davanti al nostro sguardo spirituale la terra diventa un essere vivente. Se ora vediamo le piante spuntare dalla terra, vediamo con ciò come la terra trasmetta la vita che essa riceve dal cosmo a quanto è in lei, e come la terra e la crescita delle piante diventino per noi unità.
In questo modo si intreccia la propria vita con la terra vivente, in modo da non sentirre soltanto che ci si aggira sopra di essa, sottomessi alle forze che da lei emanano, ma da osservare nell’ambiente circostante anche quanto vi opera dalle lontananze celesti. Se ne consegue una vivente concezione e una sensazione di come dal cosmo operino ovunque le forze che dilatano il corpo eterico, proprio come il corpo fisico viene attratto dalla terra.
Dobbiamo tornare a cognizioni cosmiche da una conoscenza sviluppata e illuminata, non dall’istinto, come invece avveniva nei tempi antichi. Tali cognizioni cosmiche vivranno in noi in modo da poterle trasformare nelle immagini artistiche che ci occorrono. Un uomo che vede il sole e la luna agire nella crescita delle piante, sente quale entusiasmo per l’universo possa sorgere da tale cognizione vivente. Tutto diventa tale che il concetto ricco di sentimento può venir comunicato artisticamente all’uomo in divenire, al bambino.
Allora nell’anima del bambino qualcosa germoglia, quasi si dilata. Un allargarsi dell’anima, ecco ciò che subentra mediante una simile conoscenza che veramente si adegua ai misteri del cosmo.
Non è vero che il bambino non è maturo per simili vedute. Chi le possiede e si basa su di esse, le sa coniare nelle forme per cui il bambino è maturo, in modo che egli venga chiamato a parteciparvi con tutto il suo essere. Quando si è ben padroni dell’argomento si può giungere a semplificare chiaramente le cose.
La possiamo comunicare al bambino soltanto se noi stessi la possediamo.
Allora il bambino non risponde più solo con la bocca, con un concetto che non sa afferrare, farà invece ogni sorta di gesti che provengono dall’uomo intero, e in questo suo agire e gesticolare rivelerà anzitutto di avere un’intima esperienza e di fare degli sforzi par accostarsi ad una cosa. La cosa più bella, più nobile che si possa raggiungere nell’insegnamento è avere il sentimento, la sensazione di quanto sia difficile, faticoso accostarsi ad una cosa. Sentire almeno un poco come si sia privi di aiuto quando ci si vuole accostare all’essenza dei fatti, come allora si debba radunare tutto quello che si ha nell’intero essere proprio, solo questo dà la vera posizione dell’uomo di fronte al mondo.

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Re: Teosofia e Antroposofia

Messaggio  aisha il Gio Ago 27, 2009 1:54 pm

Seconda ed ultima parte del capitolo:

Il maestro però volga lo sguardo, con la sua umana comprensione del corpo astrale, alle diverse forme animali sparse nel mondo. Si scopre che nell’antica saggezza istintiva era profondamente significativo presentare l’uomo come un sintetico confluire di quattro entità, tre inferiori e una superiore: leone, toro, acquila, angelo-uomo.
Ciò che è toro è l’elaborazione unilaterale delle forze più basse della natura umana. Se invece è il sistema ritmico, il sistema mediano dell’uomo che viene formato unilateralmente, ecco che abbiamo un’immagine unilaterale di tutto ciò che nella natura del leone. Se poi si forma unilateralmente il sistema del capo, in modo che quanto è presente nel nostro capo come forza interiore si espanda fuori nelle ali, si ottiene la natura di uccello, di aquila. Quando poi si immaginano come un’unità le forze che fanno concordare esteriormente proprio come un’unità, quando vi si aggiunge la quarta forza angelica, allora si ottiene l’unità sintetica dei tre: l’uomo.
Tutto questo da un’idea di come l’uomo sia in rapporto con l’ambiente animale. In ogni singola forma animale possiamo trovare un’elaborazione unilaterale di un certo sistema organico dell’uomo. Tali cose vivevano nell’antica saggezza istintiva.





Quando si sviluppa intuitivamente il rapporto dell’uomo col mondo animale, si trova il rapporto dell’uomo col mondo esterno per quanto riguarda il suo corpo astrale. Deve essere una comprensione musicale che si riferisce al corpo astrale. Io guardo entro l’uomo, guardo fuori alle differenti sparse forme animali; è come se percepissi una sinfonia in cui tutte le note echeggiano insieme in un tutto meravigliosamente armonico e melodioso, e poi, in uno svolgimento più lungo, distinguessi una nota dall’altra, e le disponessi una dopo l’altra. Gli animali costituiscono le singole note, il corpo astrale dell’uomo e in ciò che il corpo astrale forma entro il corpo fisico ed eterico scorgo la sinfonia.
Se si ha nel modo di pensare una libertà sufficiente per sollevarsi ad una conoscenza artistica, allora si giunge ad una venerazione intima, permeata di ardore religioso, per quell’essere invisibile, quel meraviglioso musicista universale che prima ha separato le note nelle diverse forme animali, per poi comporre sin fonicamente l’uomo in rapporto a quanto la sua animalità rivela. Occorre portare questo nell’anima.
Educazione ed istruzione devono partire da una convinzione vivente; convinzione che fa di noi qualcosa che a scuola, nell’agire del bambino, si palesa in superficie, mentre in profondità segreti universali fluiscono, pulsando in noi, come se il maestro fosse soltanto lo strumento attraverso il quale il mondo parla al bambino. Si tratta non di simulare entusiasmo, ma di far fiorire un entusiasmo da quanto il maestro porta in sé come suo rapporto con il mondo.
Allora quando ci si accosta al bambino in tal modo tra la seconda dentizione e la pubertà, lo si conduce nel modo giusto fino alla pubertà e il corpo astrale si sviluppa nell’uomo nella sua autonomia.
Quanto in immagini viventi è diventato intima proprietà plastico-musicale dell’anima, viene allora afferrato con l’intelletto. Allora subentra la cosa importante: si è preparato quello che dopo la pubertà vi deve essere nell’uomo che si sviluppa sanamente e cioè la comprensione cosciente di quanto l’individuo già possiede. L’uomo scruta dentro di sé, mentre vuole passare all’intelletto. E’ un afferrarsi dell’essere umano in se stesso mediante se stesso. Avviene un incontro del corpo astrale, che opera musicalmente, con il corpo eterico, che opera plasticamente. Mentre così si fondono due parti della sua natura, l’uomo arriva alla giusta esperienza interiore della libertà mediante la comprensione, solamente ora raggiunta, di ciò che prima egli ha soltanto osservato.
La cosa più grande che si può preparare nel bambino è che egli, nel momento giusto della sua vita, arrivi all’esperienza della libertà mediante la comprensione di se stesso. La vera libertà è un’esperienza interiore, allora ci si dice: “io non posso dare la libertà all’uomo, egli deve sperimentarla in se stesso”. Quindi io devo trapiantare in lui qualcosa in cui il suo proprio essere che io lascio intatto, senta più tardi un impulso a immergersi. Così avrò educato nell’uomo ciò che era da educare, e avrò lasciato intatto, in trepido rispetto dell’essenza divina in ogni individuo, ciò che più tardi deve arrivare da solo alla comprensione di se stesso.
Bisogna preparare il terreno allo sviluppo individuale che avviene dopo la pubertà, e non intromettersi brutalmente nel suo sé.

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da "Genesi" di R. Steiner

Messaggio  aisha il Lun Set 28, 2009 7:13 pm

Questo estratto dal testo "Genesi" di Steiner che vado a ricopiare mi è stato suggerito dalle considerazioni di Sebastiano sul suo ultimo articolo relativo al testo sacro dei maya "Popol Vuh".
Le considerazioni non sono relative ai contenuti del suo articolo, ma a quello che secondo Steiner è un approcio corretto ai testi sacri, in questo caso parla della Genesi, ma mi sembra corretto considerarlo un approcio valido anche per altri testi sacri.

(...)Di fronte a nessun altro documento dell'evoluzione dell'umanità è tanto grande la possibilità di allontanarsi dal suo vero significato quanto di fronte a quello che di solito si chiama Genesi, la cosiddetta creazione in sei o sette giorni.
Se una persona moderna, in una qualsivoglia lingua fra quelle oggi in uso, richiama nella sua anima parole come queste: "Nel principio gli Dei crearono i cieli e la Terra", quel che vi è in tali parole non è che un debole riflesso, appena un'ombra di quanto viveva nell'anima di chi, nell'antichità ebraica, faceva agire su di sè le parole iniziali della Bibbia.
Di fronte alle parole "Bereshit bara' Elohim et ashamaim veet haaretz" tutto un mondo viveva negli istanti in cui quelle parole gli balenavano nell'anima. Quale mondo? A cosa possiamo paragonare il mondo interiore che viveva nell'anima di un simile discepolo? Possiamo paragonarlo soltanto a quel che può avvenire nell'anima di chi accoglie le descrizioni che sperimenta il veggente, quando questi guarda direttamente nel mondo spirituale.
Le fonti di quell'insegnamento sono i risultati della veggenza, sono le viventi concezioni che il veggente accoglie quando, con tutta la sua comprensione, si libera dalle condizioni della percezione sensibile e dell'intelletto legato al corpo fisico, quando con i suoi organi spirituali guarda nel mondo spirituale. Quel che così nasce non deve essere scambiato con descrizioni di cose o avvenimenti del mondo fisico-sensibile; nasce qualcosa di fronte a cui occorre essere di continuo coscienti che si ha a che fare con un mondo del tutto diverso, con un mondo che è si alla base di quello sensibile, ma che in realtà non si identifica in nessun modo con le rappresentazioni, le impressioni e le percezioni dell'ordinario mondo sensibile.
Tutte le scienze che vogliono risalire alle origini, portando però con sè solo le rappresentazioni che sono prese dal mondo sensibile, non possono arrivare alle origini dell'esistenza sensibile, perchè essa è radicata in quella soprasensibile.
Fino a quando si legano le parole "cielo e terra" ancora a qualcosa che mantiene un residuo sensibile visibile, non si giunge a ciò cui mirano le prime parti della Genesi.
In cosa consiste il mistero delle parole-archetipo con cui incomincia la Bibbia? Quelle parole sono scritte in ebraico, cioè una lingua che agisce sull'anima in modo del tutto diverso di quanto possa agire qualsivoglia altra lingua moderna. Questa lingua oggi non agisce più come un tempo, poichè allora una lettera risuonava nell'anima risvegliando in essa un'immagine. Dinanzi all'anima di chi faceva agire su di sè con partecipazione vivente quelle parole, sorgevano in una certa armonia, e persino in forma organica, delle immagini paragonabili a ciò che il veggente può ancora vedere quando passa dalla sfera sensibile a quella soprasensibile.
Occorrerà perciò farsi un'idea della vigorosa pienezza di vita, della Virtù suscitatrice e creatrice che aveva ogni complesso di suoni di quell'antica lingua. Ne risulterà che per penetrare in questo testo, si dovrà percorrere un cammino del tutto diverso da quelli che oggi vengono scelti per comprendere qualsivoglia antico documento.
Sarà quindi nostro prossimo compito ricollegarci il meno possibile a qualcosa di conosciuto, e invece il più possibile liberarci da tutto quanto fin'ora avevamo pensato parlando di cielo e terra, di dèi, di creare e generare, e di principio. Quanto più potremo liberarci da ciò che fino ad ora abbiamo sentito con quelle parole, tanto meglio penetreremo nello spirito di un documento che si è sviluppato da condizioni dell'anima diverse da quelle dominanti nel presente. (...)


da "Genesi" di R. Steiner (pp 28-31)

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Penstimento e impulso all'azione

Messaggio  aisha il Ven Gen 15, 2010 5:57 pm

ARTE DELL’EDUCAZIONE
I – ANTROPOLOGIA

QUARTA CONFERENZA

“Compiamo forse un’azione nella nostra vita, senza poi sentire che avremmo potuto farla assai meglio? Sarebbe triste essere compiutamente soddisfatti di una nostra azione, poiché non esiste cosa che non sarebbe stato possibile far meglio di come l’abbiamo fatta. Questo appunto distingue l’uomo più evoluto da un altro che lo è meno; quest’ultimo vorrebbe sempre essere soddisfatto di sé, mentre l’altro non lo vorrebbe, perché un sommesso anelito a far meglio, o a far diversamente, accompagna sempre i suoi motivi. (…) Gli uomini danno una grande importanza al pentimento, quando hanno compiuto un’azione non buona. Ma il pentimento è per lo più frutto di egoismo. Ci si pente perché si vorrebbe aver fatto meglio, per essere migliori noi stessi. E’ un sentimento egoistico. Non lo è invece la tensione di chi si propone di far meglio un’altra volta la medesima azione. Più alto assai del semplice pentimento è il proposito, lo sforzo di far meglio in avvenire. In tale proposito di compiere l’azione in modo migliore, ci accompagna l’anelito che abbiamo detto.
Ora possiamo chiederci: che cos’è veramente questo desiderio che risuona in noi come anelito? Per chi sia veramente in grado di osservare l’anima umana, questo è il primo elemento fra tutti quelli che rimangono in noi dopo la morte. L’anelito a far meglio è un residuo che portiamo con noi dopo la morte, e che appartiene già al mondo spirituale” (R. Steiner)

RIFLESSIONI PERSONALI

Questo passaggio trovo che in realtà non abbia bisogno di alcuna aggiunta e, forse, nemmeno di considerazioni particolari. Dice ciò che io ritengo fondamentale sulla diversa “qualità” tra il pentimento e l’anelito a fare meglio. Non saprei dirlo meglio di così.
Eppure perché queste parole siano più mie, forse è utile che io le esprima attraverso il mio sentire e la mia esperienza.

Il pentimento è una visione delle cose di natura “negativa”; come se fosse una pulsione che consuma e toglie forze vitali e ci conduce verso l’immobilità. E’ una pulsione di natura “mortifera” poiché si può tradurre con il sentimento: non sono adeguato. E da questo sentimento facilmente scaturisce il pensiero: è meglio che non agisca per non rischiare di sbagliare.

L’impulso a fare meglio la prossima volta è una forza creatrice e nasce, si accompagna, ad una visione opposta della vita.
Quando io compio un’azione e dentro di me sento che avrei potuto farla meglio, sono già in un processo creativo poiché è come se mi creassi un’immagine di come agire meglio, delle cose che potrò fare diversamente. Mi preparo interiormente al dopo, invece di ancorarmi al passato, a ciò che è stato fatto.

Mi sembra corretto vedere due forze di natura opposta nel pentimento e nell’impulso.
La prima è in relazione con il passato ed è una forza statica, la seconda è in relazione con il futuro ed è una forza dinamica.

Ho riflettuto poi se il pentimento possa avere comunque una sua “utilità”. Quelli che ho indicato sono i tratti che io vedo nelle due diverse forze, ma non sono necessariamente negativi.
Il problema potrebbe essere dare indicazioni sui concetti di “giusto” e “sbagliato”, perché quando ci pentiamo di qualcosa è perché riteniamo di aver fatto qualcosa di sbagliato; diamo cioè un giudizio di valore su una nostra azione, a volte anche sull’intenzione che ci ha portato a fare qualcosa.
Ma come può essere invece considerata un’azione che ai nostri occhi non è perfetta? Che desidereremmo aver fatto diversamente e meglio?
A mio avviso ogni esperienza di fronte a cui ci troviamo, ogni azione che compiamo, vanno considerate come possibilità di imparare qualcosa su di noi, sulla vita e sugli altri. Compiere un errore, fare una cosa nel modo sbagliato ed ottenere di conseguenza scarsi risultati, sono i migliori insegnamenti che possiamo ottenere; infinitamente migliori di mille parole che ci indicano cos’è giusto fare.
Per tanto le cose “sbagliate” che facciamo vanno lette diversamente, vanno lette come lezioni da cui apprendere. La luce risalta in modo speciale se immersa nel buio.

Quando invece io mi pento di qualcosa, è come se dicessi a me stesso: “non avrei mai dovuto fare così, sarebbe stato molto meglio se non l’avessi fatto”.
Ma c’è un primo dato logico: il passato non si cambia e non posso cancellare di aver fatto ciò di cui mi pento. Posso solo cercare di farne qualcosa di utile, che faccia di me una persona migliore.

E’ forse vero però che la forza del pentimento ha un senso nel nostro percorso evolutivo, purchè non ci fermiamo ad essa.
Forse se non ci fossimo mai pentiti nella nostra vita e avessimo sempre pensato che basta far meglio la prossima volta, mancherebbe un po’ di forza alla nostra percezione di quale sia ogni volta la scelta migliore.
In una certa qual misura, e fino ad un certo grado evolutivo interiore, l’impulso a fare meglio è forse giustamente sostenuto dalla memoria del dolore e della tristezza che ci ha provocato il non aver fatto del nostro meglio.

aisha

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